Dalle famiglie “frigide” alle scuole senza armi, fino ai casi che hanno scosso le cronache: storie di ragazzi spinti al silenzio, all’isolamento e, troppo spesso, oltre il limite estremo
Chicche feline oggi, punta l’obiettivo verso un tema che brucia più del sole di mezzogiorno e prende spunto da conversazioni che arrivano da ombrelloni vicini e affollati.
L’argomento nasce dalle vivace chiacchierata di un gruppo di ragazzi che si diverte e definire le proprie coetanee “facili”, ed è figlia dell’intolleranza alla loro libertà di espressione, che fosse un taglio di capelli, un modo di vestirsi o semplicemente l’essere se stesse.
Quel pettegolezzo da spiaggia è un frammento dell’universo corrosivo che alimenta una violenza ben più pervasiva: il bullismo.
Non confinato tra i banchi di scuola, ma permeante, che sgorga ovunque le differenze si fanno sentire e notare, e invece di essere punti a vantaggio che sottolineano sfumature caratteriali e di personalità, diventano “colpe”.
Il bullo non è un fenomeno spontaneo: cresce tra le mura di casa, dove spesso gli armadi sono pieni e il cuore vuoto.
Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista esperto di età evolutiva, evidenzia come molti prevaricatori provengano da famiglie “frigide”: non necessariamente povere, ma emotivamente gelide, dove il dialogo si riduce a monosillabi e l’educazione ai sentimenti è un optional.
In queste case, l’unico linguaggio che vale è quello del potere.
Ed è in questo contesto che la scuola si ritrova a combattere il bullismo senza armi reali.
Insegnanti privi di formazione psicologica, classi sovraffollate, un carico burocratico infinito: tutto concorre a svuotare l’educazione affettiva e civica, relegate anch’esse al menu a tempo.
Quando esplodono casi di bullismo, la risposta istituzionale – convocazioni, note, sospensioni – resta cerotto su ferita aperta.
Galimberti ci ricorda che molti adolescenti restano bloccati nella libido narcisistica, incapaci di passare a una libido oggettuale che permetta di vedere l’altro come un interlocutore, non un ostacolo.
Peggio ancora, i conflitti tra scuola e famiglie di chi bullizza sono spesso marcati dalla totale negazione.
L’intervento educativo viene percepito come un’offesa personale da chi, con ogni forza, cerca di difendere l’immagine “intatta” del proprio figlio.
E così la scuola non affronta solo il bullo, ma anche il sistema che lo produce e lo giustifica.
Parallelamente, chi subisce paga un prezzo altissimo.
Le famiglie delle vittime sono spettatrici impotenti: vedono figli tornare a casa con sorrisi assenti, parole sospese, sguardi che non hanno più luce.
Privati di strumenti, spesso isolati, quei genitori diventano reti di sicurezza fragili, incapaci di neutralizzare una frustrazione che si insinua giorno dopo giorno.
I ragazzi, intanto, imparano a nascondere il proprio dolore, a cancellare i segni della propria unicità pur di non essere di nuovo attaccati.
E quando quella gabbia interiore diventa insostenibile, la cronaca si riempie di tragedie.
Basta pensare a Andrea, il quindicenne romano conosciuto come “il ragazzo dai pantaloni rosa”: dopo essersi tinto accidentalmente i jeans di rosa, divenne bersaglio di una feroce campagna di bullismo e cyberbullismo culminata in una pagina Facebook impietosa.
Il 20 novembre 2012, Andrea decise di togliersi la vita.
Il suo dramma oggi è un libro, scritto dalla madre Teresa Manes, e un film che ha acceso le sale e le coscienze di un’intera generazione.
O ancora il caso di Leonardo, 15 anni, studente di Senigallia, che si è tolto la vita con la pistola del padre dopo ripetuti atti di bullismo a scuola.
La denuncia dei genitori descriveva voci irriferibili, e l’appuntamento con il preside era pronto.
Ma non ha retto più: “Non voleva più andare a scuola”, hanno detto.
Pochi mesi prima, a Piazza Armerina, una quindicenne si è suicidata dopo insulti, aggressioni fisiche, e diffidenza: si parla anche di revenge porn nelle chat di classe.
E più recente ancora il caso di una 13enne di Modena, bombardata di insulti che facevano leva sul suo modo di essere e vestirsi, in una chat dove si diceva: “Bruciamola”.
Solo l’intervento della Polizia postale ha fermato l’odio.
Tutte queste storie non sono titoli da passare, ma moniti: le cicatrici del bullismo si pagano col silenzio, con l’isolamento, perfino con la vita.
I dati non mentono: chi è vittima ha un rischio 3-5 volte maggiore di cadere nella spirale del pensiero suicida.
Il bullismo non arriva per caso, non è un temporale improvviso: è un lampo che parte dal salotto di casa, attraversa i corridoi scolastici e si imprime negli occhi di chi impara troppo presto la legge del più forte.
E mentre il bullo cresce protetto, la vittima impara a rimpicciolirsi fino a sparire.
Alcuni tornano a galla, segnati ma vivi.
Altri restano solo nomi e volti nelle pagine di cronaca.
E il loro ricordo ci urla una verità scomoda: non si muore di bullismo in un giorno, ma un pezzo alla volta, sotto lo sguardo indifferente del mondo e spesso delle famiglie stesse di chi bullizza.
