Quando l’ignoranza e la supponenza si travestono da cultura e la vanità prende il sopravvento, il risultato è un’epidemia di “dottori” e “dottoresse” specializzati in autopromozione
C’è una nuova aristocrazia in circolazione, armata di assenza di umiltà.
Li riconosci subito: si presentano come “dottori in solo io so” o “esperti assoluti e unici” in qualche materia che solo a loro è stato concesso studiare”, ma il loro vero campo d’azione è uno solo.
Sono i profeti del Nulla, i sacerdoti della propria vanità travestita da competenza.
Questi sedicenti intellettuali si danno titoli da far tremare le pareti di università vere e si incoronano dottori, critici, curatori, filosofi dell’estetica, uniche persone al mondo a conoscere argomenti e materie, unici custodi di certi saperi.
Con tono grave e postura impostata, distribuiscono “perle di saggezza” come caramelle scadute, convinti di sapere chi hanno di fronte anche quando chi è di fronte gli lascia lo spazio di agire, non per competenza riconosciuta ma per tenerezza.
Si muovono, in ambiti che con fierezza e sicurezza pensano di poter padroneggiare.
Quando le lauree che solo loro hanno, li porta a organizzare “eventi culturali”, sanno sempre di trionfi dell’autoreferenzialità dove la cultura muore soffocata.
Mostre “inclusive”, conferenze “di alto profilo”, incontri “interdisciplinari”, “reading poetici” che mai nessuno si è sognato di organizzare prima di loro, tutto in realtà costruito su un vuoto così perfetto da meritare un premio per l’ingegneria del nulla.
Lì, tra un applauso di circostanza e un selfie con la locandina, si consuma la messa laica dell’ego.
Guai a far notare che il livello è più basso di un manuale di grammatica abbandonato in terza media: l’accusa di “invidia culturale” arriverà in tempo record.
Le buone maniere? Un optional.
La vera tragedia, però, non è la povertà di contenuti, ma l’arroganza che la accompagna.
Questi “professionisti della cultura” si credono superiori a chiunque non li aduli, incapaci di un confronto civile.
Si ergono a paladini del sapere, ma inciampano sulla grammatica del confronto e ignorano perfino la più basilare forma di cortesia: l’ascolto.
Perché chi davvero conosce la cultura, la vive con rispetto, non la usa come travestimento.
Nei social, ogni post è una cattedra, ogni like una laurea ad honorem, e attraverso le chat tutti sono forti e competenti.
Il tragico è che nessuno li smentisce perché armati di frasi affilate, e accusatorie.
Il risultato è un esercito di egocentrici convinti di essere fari dell’intelletto, quando in realtà sono solo lucciole nel buio della mediocrità.
Un tempo si diceva: “La cultura è ciò che resta quando si è dimenticato tutto ciò che si è imparato.”
Oggi, invece, la cultura è ciò che si finge di avere per non ammettere di non aver mai imparato nulla e per non accorgersi di non essere il “dottor” Nessuno o la “dottoressa “Niente.
E mentre questi finti dotti continuano a organizzare eventi sempre più pomposi e sempre più vuoti, resta un’unica certezza:
la vera cultura non ha bisogno di gridare, né di autopromuoversi, né di difendersi, si riconosce dal silenzio con cui sa parlare e dal sano confronto nel rispetto di tutti…cari sedicenti “dottori” e “dottoresse”.
