L’eruzione di un vulcano che causa gelate a giugno, portando alla nascita di un mito
Ora che l’estate è volata via, lasciando il suo posto al fascinoso autunno, mi è venuto da pensare a quello che è passato alla storia come “l’anno senza estate”.
Siamo nel 1816, l’anno successivo all’eruzione (la più grande degli ultimi 10.000 anni) di un vulcano in Indonesia.
Le ceneri, trasportate dai venti, fecero il giro del globo, offuscando il sole. Le conseguenze furono drammatiche per il mondo occidentale: epidemie, carestie, gelate persino nei mesi estivi.
In quella fredda e cupa non-estate del 1816, un gruppetto di amici decise di trascorrere le vacanze a Villa Diodati, sul lago di Ginevra. Tutti erano personaggi noti nell’ambiente letterario: il poeta Lord Byron, Percy Shelley con la moglie Mary, e il dottor William Polidori.
Dopo giornate intere passate a leggere, cercando di sopportare quell’incredibile freddo estivo, inventarono una gara per ingannare il tempo: scrivere una storia del terrore e vedere chi fosse capace di provocare più brividi.
La leggenda vuole che, mentre Byron e Shelley presero l’esperimento con leggerezza, gli altri due lo portarono fino in fondo, dando vita a due classici della letteratura.
Il dottor Polidori, anima tormentata che avrebbe lasciato presto questo mondo, scrisse Il vampiro, il primo vampiro aristocratico della storia, antesignano del Dracula che sarebbe arrivato settant’anni dopo.
Un romanzo breve, fondamentale per la letteratura gotica, seppur non di qualità paragonabile a quella dei grandi classici.
Chi invece creò un vero e proprio mito fu la giovane Mary Shelley, che inventò una storia in cui uno scienziato è ossessionato dall’idea di sconfiggere la morte.
Siamo in un’epoca in cui la scienza compie passi da gigante, con il galvanismo e le teorie evoluzionistiche che di lì a poco avrebbero scosso il pensiero europeo.
Mary trasferì tutto questo fermento intellettuale nella figura del dottor Frankenstein, deciso a costruire un essere vivente assemblando pezzi di cadaveri e (ri)dandogli la vita attraverso l’elettricità.
Il Frankenstein di Mary Shelley non è solo una gemma della letteratura gotica e, in un certo senso, un atto di nascita della fantascienza: è un caposaldo della letteratura universale.
È una storia dolorosa, in cui bene e male si scontrano senza mai essere rappresentati in maniera manichea.
Nel mostro creato da Frankenstein troviamo infatti tanta umanità, repressa dalla rabbia (la stessa che un figlio può provare verso un genitore) nei confronti del proprio creatore.
È la furia di Lucifero scacciato dal Paradiso; è il rancore di Adamo ed Eva cacciati dall’Eden; è l’invidia di Caino verso Abele; è la disperazione di chi si sente respinto da una società che, pur proclamandosi giusta, rinnega le diversità e le etichetta come mostruose.
Horror, fantascienza, filosofia e critica sociale si alternano nelle pagine scritte da una ragazza appena diciannovenne.
Ora che ci avviamo verso il cuore dell’autunno, e poi verso il freddo inverno, un romanzo come quello di Mary Shelley è una di quelle opere da riscoprire: perfetta per accompagnare le serate in casa, mentre fuori piove.
Ricordando un anno senza estate, distante ormai oltre due secoli dal nostro presente, non ci resta che salutare la stagione estiva (in attesa della prossima) riportando in vita, ancora una volta, le visioni di una giovane donna che ha segnato per sempre la storia della letteratura.
