Dracula, Frankenstein e il ritorno del cinema gotico

Novembre 20, 2025
Dracula - Frankenstein

Nel 2025 Dracula e Frankenstein tornano a dominare l’immaginario. Non è nostalgia: è un bisogno. In un mondo iper-reale, i mostri del gotico ci ricordano l’umanità che stiamo perdendo

C’è qualcosa di inquietante e affascinante nel fatto che, nel 2025, due figure come Dracula e Frankenstein tornino a reclamare spazio nelle sale cinematografiche. Ed è ancora più strano, e anche bellissimo, che nella nostra contemporaneità ci sia ancora spazio per i mostri classici e non solo: che essi riempiano le sale o che comunque facciano parlare così tanto di sé.

Luc Besson e Guillermo del Toro hanno deciso di riportare in vita i due archetipi supremi del gotico, come se il cinema avesse bisogno di rimettere le mani nelle sue ombre per capire di nuovo la luce. Eppure stiamo parlando di personaggi e di storie che abbiamo già visto e letto centinaia di volte, un tipo di prodotto che sembra essere ormai fuori tempo massimo. Eppure, le cose stanno diversamente.

Il Dracula di Besson ottiene ottimi incassi al botteghino, seppur con critiche altalenanti (del resto, l’idea del regista di spogliare quasi totalmente il conte vampiro della sua aurea diabolica per renderlo un antieroe romantico è audace seppur derivativa dal film di Coppola e di Dan Curtis di inizio anni settanta) continua a far parlare di sé, con un immenso passaparola sui social tra coloro che sognano di poter vivere nella propria vita un amore del genere.

A tal proposito, ti consiglio di leggere l’approfondimento dedicato proprio al Dracula di Luc Besson.

Allo stesso modo, il Frankenstein di Guillermo del Toro riesce a colpire nel segno anche se solo su Netflix (che peccato non poterlo vedere in sala).

Quello che dobbiamo domandarci è perché mai, ora che siamo alle soglie del 2026, la gente nutre ancora quest’ardente passione per i mostri classici? Perché due icone della letteratura come Dracula, scritto da Bram Stoker nel 1897, e Frankenstein, opera della giovanissima Mary Shelley del 1817, riescono ancora oggi ad affascinare noi spettatori? Forse perché sono storie immortali, come alcune opere di Shakespeare, e anche perché sono personaggi che tutti conoscono, anche chi è poco avvezzo a un certo tipo di cinema. Ma forse c’è di più.

Provo a dare una lettura sociologica di questo trionfale ritorno del cinema gotico, come accadde negli anni ’30 del secolo scorso con la mandata dei classici della Universal. Viviamo in un’epoca iper-reale, saturata di immagini, notifiche, profili perfetti. Eppure, più la realtà diventa frenetica, più sembriamo desiderare mondi che non esistono. Mondi dove il simbolico torna a pulsare, dove l’immaginazione ha ancora il diritto di creare rifugi e labirinti.

E forse è proprio qui la chiave per poter spiegare questo affascinante ritorno del gotico: siamo talmente ancorati alla realtà, anche se si tratta di una realtà fatta per lo più di pixel, social network e connessioni virtuali, che iniziamo a sentire una fortissima nostalgia del fantastico, di quella zona intermedia tra buio e redenzione che ha sempre permesso all’essere umano di trascendere sé stesso e di andare oltre il quotidiano. In pratica, si tratta di rimettere in moto quel motore che ricrea e riconosce le corrispondenze baudeleriane, cercando simboli nella natura e in ciò che va oltre il materiale. Potremmo parlare forse di dimensione spirituale, se non apparisse troppo enfatica come dicitura.

Siamo talmente ancorati al reale che sentiamo nuovamente il bisogno di qualcosa che ci aiuti a staccare, facendoci perdere nelle storie di personaggi maledetti che in un qualche modo rispecchiano il nostro tormento interiore. Per non parlare poi del ritorno di emozioni “alte” in una vita schiacciata da doveri, responsabilità e rapporti sempre più relegati a una dimensione funzionale.

Il Dracula di Besson promette un vampiro meno “mitico” e più metafisico: non la creatura che seduce, ma quella che ci costringe a fare i conti con ciò che ci prosciuga davvero, ogni giorno. Un uomo innamorato che decide di condannarsi alla dannazione eterna solo per ritrovare il suo amore perduto. Un racconto che sembra richiamare alla mente i poemi cavallereschi, quanto di più distante dalla società di oggi. Ma qui il protagonista non è un cavaliere senza macchia; qui lo spettatore si riconosce in un Dracula demoniaco sì ma anche innamorato, fragile, mosso dalla passione e dall’amore.

Il Frankenstein di del Toro, invece, sembra voler restituire alla creatura la dignità che la stessa Shelley gli diede nel suo romanzo (e questo lo rende la migliore trasposizione filmica del libro originale): non un mostro, ma un essere fragile, nato nel dolore e nella solitudine, capace di provare più compassione degli uomini che lo circondano. Un rinnegato, scacciato dal suo creatore (richiamo al “Paradiso perduto” di Milton) per non essere perfetto o, come diremmo con un termine tanto in voga ora, non performante secondo certi stilemi.

Ed è qui la chiave che dobbiamo aver il coraggio di infilare nella toppa, per spalancare la porta della comprensione: i mostri del gotico non sono mai stati i veri mostri. Quelli siamo noi. Noi che abbiamo trasformato l’egoismo in virtù. Noi che ci siamo convinti che l’individualismo sia una forma di forza e non una malattia dell’anima. Noi che, in una società socializzata fino allo sfinimento, siamo diventati emotivamente analfabeti, incapaci di vedere l’altro se non come specchio del nostro narcisismo.

Dracula e Frankenstein non ci parlano di un orrore cosmico-lovecraftiano, ma del nostro orrore: quello di essere diventati così razionali, così performativi, così ossessionati dalla nostra immagine da non riconoscere più né il dolore né la meraviglia.

Ed ecco che tutto si comprende, mettendo in luce (grazie a personaggi tenebrosi) il segreto di questo clamore e di questa passione verso i mostri classici figli della letteratura ottocentesca. Il gotico ci ricorda che siamo creature capaci di stupirci, di tremare, di emozionarci per qualcosa che non sia una notifica sullo schermo o un qualcosa che ha valore solo perché permette un utile, materiale o narcisistico.

Il cinema gotico rifiorisce perché i mostri, nella loro deformità, custodiscono un’umanità imperfetta che abbiamo scordato. Ritorna perché abbiamo bisogno di sentirci vivi in un mondo che si accontenta di lasciarci “funzionare”. Ritorna perché ci sbatte in faccia due protagonisti che sono tutt’altro che eroici: anime dannate, fragili, in perenne lotta con loro stessi, e in un mondo dove la forza e l’indipendenza sono elevati a indicatori fondamentali per definire il valore di un individuo, questi mostri fragili ci ricordano chi siamo e cosa c’è davvero dentro di noi.

Il fantastico, oggi, non è una fuga: è una cura. Una forma di resistenza all’appiattimento emotivo del nostro tempo.

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