Ci hanno convinto che bastasse stare bene da soli per essere felici. In realtà, stiamo solo imparando ad amarci da prigionieri
Ci hanno venduto una libertà che sembra tale, ma che in realtà è solo veleno.
Un veleno lento, sottile, elegante. Lo beviamo ogni giorno scrollando uno schermo, leggendo pensieri confezionati in 280 caratteri, citazioni a effetto e consigli spirituali a basso costo. È la fine di ogni complessità: tutto deve essere semplice, tutto deve essere “chiaro”. Il pensiero critico è diventato fatica, e la fatica non va più di moda.
Viviamo in una società che ha perso la bussola. Non esiste più il confronto: esiste solo la tifoseria.
Basta guardare i commenti sotto qualunque post. Non importa l’argomento: politica, cinema, religione o persino calcio. È una gara a chi urla di più, a chi offende meglio. Nessuno cerca di capire: tutti vogliono solo vincere. È la dittatura dell’opinione, dove chi grida “libertà di pensiero” in realtà vuole solo la libertà di non pensare.
Ci hanno venduto una libertà che sembra tale, ma che in realtà è solo veleno.
Un’epoca schizofrenica che predica il benessere a tutti i costi, racchiuso nella sacra trimurti moderna: indipendenza emotiva, hobby e solitudine.
Siamo diventati sacerdoti del mantra “sto bene con me stessə”, pronunciato con orgoglio davanti allo specchio e sui social. Eppure, se lo ripeti troppe volte, quella frase comincia a suonare come una richiesta d’aiuto. Non c’è niente di sbagliato nello stare soli — ma c’è qualcosa di profondamente falso nel convincersi che basti l’Io a riempire tutto.
Già, l’Io. Ma quale “Io”? Cos’è davvero? Carmelo Bene, in una delle sue mitiche apparizioni televisive, diceva che chi si ritiene “io” è coglione tre volte: primo, perché crede di essere “io”; secondo, perché pensa che le parole che pronuncia siano sue; terzo, perché è convinto di dire ciò che pensa, quando in realtà ripete soltanto ciò che ha sentito da altri. Aveva ragione. Viviamo di frasi prese in prestito, pensieri prefabbricati, emozioni copiate. Siamo un collage di citazioni motivazionali e autocommiserazione travestita da forza.
Pensate ai colloqui di lavoro. Sorriso obbligatorio, atteggiamento positivo, spirito di squadra.
Non devi essere te stesso: devi essere “adatto”. Devi dimostrare entusiasmo anche se ti stanno chiedendo di rinunciare alla tua dignità per una paga da fame. E guai a dirlo. Bisogna “essere propositivi”.
E poi ci sono le relazioni sentimentali. Qui la farsa raggiunge il suo apice. Leggerezza, serenità, indipendenza: il vangelo dell’amore contemporaneo. Due single che si frequentano a tempo determinato, con la clausola “ti amo ma non troppo, che non si sa mai”. L’importante è non legarsi, non soffrire, non disturbare la propria pace interiore. Così si finisce per confondere la libertà con l’indifferenza, la leggerezza con la superficialità, la serenità con la disconnessione emotiva.
In nome di questo falso benessere, abbiamo costruito una torre di Babele di egoismi e fragilità travestite da virtù. Ognuno nella propria cella, convinto di essere libero solo perché ha scelto da solo la serratura. E il paradosso è che ci vantiamo pure di questo.
“Sto bene con me stessə”, dicono, con aria tronfia. E invece dentro si sgretolano, incapaci di chiedere aiuto, perché chiedere aiuto oggi è segno di debolezza. Meglio fingere di bastarsi, di essere “forti”, di non aver bisogno di nessuno.
Ci hanno venduto una libertà che sembra tale, ma che in realtà è solo veleno. E noi, sorridenti e consenzienti, ne abbiamo fatto la nostra bandiera.
Siamo diventati i nostri stessi carcerieri, e ogni like, ogni selfie, ogni “sto bene” gridato al mondo è una catena che stringiamo con le nostre stesse mani.
Il risultato? Una generazione che confonde il silenzio con la pace, l’isolamento con la libertà, la solitudine con la forza. E così, mentre pensiamo di essere liberi, siamo soltanto prigionieri più ordinati, più educati, più digitali.
Ci hanno venduto una libertà che sembra tale, ma che in realtà è solo veleno. E voi, che ancora pensate di essere fuori dal gregge, siete solo i nuovi kapò.
Ma sorridete pure: la gabbia, ormai, ve la siete arredata da soli.
