Tra psicologia da social, solitudini eroicizzate e rapporti “usa e getta”, l’unico antidoto resta la volontà: scegliere l’altro, nonostante tutto.
Che epoca strana quella in cui viviamo. Ci sono tutti i mezzi per incentivare le relazioni umane, ma siamo sempre più soli. Abbiamo gli strumenti per col-legarci all’altro, ma ci stiamo rinchiudendo nelle fumose gabbie dell’io. Tutto questo in nome di un benessere personale che, spogliato della sua aurea eroica, svela il volto ipocrita di un egoismo che è ben distante dall’idea di “sano”.
In questa luminosa (e al tempo stesso oscura) epoca contemporanea, dominata da dirette streaming, reel e hashtag, ogni sentimento sembra dover passare attraverso un filtro diagnostico: se ami troppo sei dipendente, se cerchi vicinanza sei insicuro, se chiedi reciprocità sei immaturo. Bizzarre coordinate semantiche. In nome del benessere (quale?) abbiamo anestetizzato tutto. Abbiamo reso la solitudine una virtù, l’egoismo un vanto, l’indifferenza un valore fondante della civiltà. Paradossale che le persone che mostrano empatia e sensibilità per i grandi temi sociali, poi nella vita dimostrino una totale incapacità di portare questi tesori nel rapporto con l’altro.
Questa è l’epoca del paradosso ontologico, dominata da una “psicologia da social” che sembra aver ormai colonizzato il linguaggio delle relazioni, riducendo l’amore a un bugiardino clinico fatto di sintomi ed etichette.
C’avete fatto caso? A un primo appuntamento con una persona, dove un tempo ci si guardava negli occhi e si lasciava scorrere l’effluvio di parole alla ricerca di una possibile connessione chimica, oggi si è passati a una sorta di seduta di psicanalisi, dove si mettono sul piatto tutte le proprie ferite per vedere se l’incastro possa rientrare nella categoria di “relazione sana”. Se non superi l’esame dello star bene con te stesso e dell’essere centrato (dovete credermi: nella mia vita non ho mai conosciuto un solo singolo individuo che si potesse definire in maniera oggettiva “sicuro di sé”), allora meglio lasciar perdere.
Il sentimento che magari prende corpo nelle anime e che cerca di farsi spazio? Vada a farsi benedire. Sacrificato sull’altare polveroso di un benessere da ricercare a tutti i costi.
Parlo di paradosso perché è proprio qui la chiave che smaschera il grande inganno che ci stanno vendendo come verità. Ovviamente non in ottica di progresso sociale, ma solo per aumentare click e visibilità online. Ma chi ha vissuto davvero un legame profondo sa che non si tratta di manuali, ma di carne e sangue, di ferite e di cura reciproca.
Fateci caso. Quando su Facebook, o qualunque altra di queste piattaforme, leggete un pezzo dedicato a una tematica che risalta la rottura di un rapporto, con l’inevitabile sermone di chi afferma (tronfio e idiota) di aver trovato il proprio equilibrio nella solitudine, uno stormo di commenti esaltati compare inevitabilmente. Ammirazione indotta, esaltazione di chi in quel momento incarna la figura che al giorno d’oggi è stata definita come eroica.
La società cambia, ma forse mai come in quest’epoca essa non è spinta da processi naturali, ma semplicemente da una contenutistica propagata da un potere che ci riduce a monadi: meri consumatori che si riempiono di oggetti, hobby e corsi di qualunque tipo per colmare il vuoto di una mancata connessione umana.
A sostegno di quanto dico, propongo quattro singoli punti su cui invito il lettore (attento o meno, interessato o meno, capace ancora di ragionare senza influenze esterne o meno) ad aprire una riflessione interiore:
- La difficoltà di bilanciare due mondi
Ogni relazione è l’incontro di due universi che portano con sé storie, ferite, paure e desideri diversi. Non esiste equilibrio perfetto: esiste la capacità di guardare all’altro e dire “scelgo di restare, nonostante le differenze”. Questa è la chiave. Ma nell’epoca del trionfo dell’io, tutto questo va inevitabilmente a decadere.
- La parola chiave: Volontà
Una delle peggiori bugie che i guru del web ci spacciano per verità è che tutto deve filare liscio, naturale. Questo comporta l’abbandono al primo accenno di difficoltà, anche se dentro il sentimento arde di un sacro fuoco. Ma in questo modo è impossibile che funzioni, perché la compatibilità assoluta non è solo utopia, ma è anche la morte dell’amore stesso.
L’unico fattore a poter fare la differenza – la reale differenza – per far funzionare un amore è la volontà. Intesa come forza interiore alimentata da un sentimento radicato. Volontà di attraversare la parte scomoda, di accogliere la fragilità dell’altro senza trasformarla in un capo d’accusa. Tutto qui. Puro e semplice.
- Critica alla cultura contemporanea
Oggi sembra più facile liquidare l’altro con una diagnosi che impegnarsi in un percorso comune. Siamo immersi in una società liquida (Bauman lo aveva previsto) che preferisce il “usa e getta” anche nei rapporti umani. Ma ridurre l’amore a “dipendenza affettiva” o “bisogno patologico” rischia di cancellare la dimensione più vera: la vulnerabilità come spazio di incontro.
Non trovate bizzarro che proprio le persone che si autodefiniscono “buone, empatiche e oneste” spesso siano proprio quelle capaci di staccare la spina in maniera spietata e gelida? Se le persone oneste sono diventate gli anfitrioni del palazzo della freddezza emotiva elevata a valore, allora siamo veramente nella melma.
- La posta in gioco
Diciamolo una volta per tutte, a scanso di equivoci: una relazione non è la vittoria di chi ha meno bisogni, ma l’incontro tra due fragilità che scelgono di restare insieme. Non si ama per “funzionare bene”, ma per volontà di radicarsi nell’altro e di trasformare insieme il dolore e la differenza in qualcosa di vivo.
Qualunque altra formula spacciata per verità è falsa, fasulla, inquinata alla base. E, a scanso di equivoci, l’idea che solo le persone sane e centrate (ripeto: non ne ho mai conosciuta una in vita mia) abbiano diritto all’amore e alla felicità nel rapporto di coppia è talmente abominevole da rasentare una forma di teorie da Terzo Reich.
La negazione delle fragilità dell’altro è la negazione della realtà umana. Se il sonno della ragione genera mostri, il sonno dei sentimenti genera campi di concentramento emotivi.
Concludo dicendo che…
La conclusione di questa mia riflessione si pone su un punto ben preciso: forse il problema non è amare troppo o amare male, ma aver dimenticato che l’amore non si regge su formule, bensì sulla volontà di restare. Non c’è altro.
L’amore è complicato, a volte difficile, a volte anche palloso. Ma è anche maledettamente semplice. Questa volontà nasce solo quando c’è un sentimento autentico, profondo, che non teme di sporcarsi le mani con la realtà.
Il resto – le etichette, i giudizi, i prontuari di psicologia da bar – sono soltanto rumore di fondo di una società composta da monadi che vagano nel vuoto pneumatico o, per dirla con una formula linguistica più audace e pop, da orde di zombi che avanzano cimiciosi in cerca di carne/esperienza da sbranare, per poi passare alla prossima preda quando ci si sente satolli dal punto di vista emotivo.
Questo è il sogno che ci hanno venduto e che ci spacciano come verità alta, quando invece è solo l’altra faccia del male: la mancanza di empatia e di reale connessione con l’altro, vera e unica verità dell’intera storia dell’umanità.
Quindi, se sei tra quelli che sono ormai incatenati in questo ragionamento di trionfo dell’io, sappi che non sei un eroe figlio di un’epoca illuminata e giusta. No. Sei uno schiavo della società dei consumi. E qui non c’è niente di eroico.
