Chi ha deciso cosa è bello? E perché gli uomini non si chiedono mai cosa significhi essere giudicati?
Nel corso dei secoli, l’arte ha costruito cattedrali di marmo attorno all’ideale del corpo maschile.
Apolli, Davidi, eroi e semidei: figure scolpite nel bianco eterno della pietra, incastonate nella storia dell’immaginario collettivo come l’apice della bellezza, del potere, dell’umano che sfiora il divino.
Il corpo maschile è stato, per lunghi secoli, un assoluto. Non una domanda, ma una risposta. E proprio per questo, oggi, si sottrae al giudizio. Si mostra, ma non si espone.
Si impone, ma non si discute. Nessuno gli chiede conto di ciò che rappresenta.
Perché il corpo maschile non deve mai giustificarsi: esiste.
E tanto basta.
Il corpo femminile, invece, deve sempre motivare la sua presenza.
Deve essere spiegato, interpretato, contenuto. “Troppo grassa.” “Troppo magra.” “Troppo esibita.” “Troppo nascosta.” Sempre “troppo” o “non abbastanza”.
E mai semplicemente “è”.
Il corpo femminile non è mai stato neutro.
È semantico.
È linguaggio prima ancora che carne.
Come ha scritto Michela Murgia, “le donne non nascono oggetti del desiderio, ci diventano.
E ci diventano nel momento in cui capiscono che per esistere, devono piacere.”
Non esistere in quanto tali, ma piacere.
A chi? Agli uomini, ovviamente.
Ma anche al sistema che gli uomini rappresentano.
Quel sistema che detta cosa è desiderabile e cosa non lo è, cosa è mostrabile e cosa deve essere nascosto, cosa è “bello” e cosa è solo “utile”.
Nel mondo dell’immagine, che oggi è il mondo tout court, gli uomini non sono mai l’oggetto del giudizio.
Sono il soggetto che guarda.
Gli uomini osservano, commentano, scelgono, decretano.
Le donne, invece, si preparano ad essere osservate.
È questo che ci distingue, ancora oggi, in maniera ferocemente evidente.
Il corpo maschile può vivere.
Il corpo femminile deve performare.
Ma proviamo a spostare lo sguardo.
Parliamo del corpo dell’uomo.
Della sua impunità estetica.
Della sua inattaccabilità simbolica.
Parliamo del fatto che un uomo può invecchiare, perdere tono muscolare, ingrassare, calviziare, e restare desiderabile.
Addirittura migliorare, secondo il mito tossico del “fascino maturo”.
L’uomo invecchia, la donna decade.
Lui si nobilita, lei si deteriora.
E allora chiediamolo chiaramente: qual è il vostro canone di bellezza assoluto, uomini?
Quello che pretendete dalle donne, ma che non applicate mai a voi stessi.
Chi lo ha deciso?
E da quanto tempo vivete nella comoda finzione che quel canone sia universale, oggettivo, inconfutabile?
Ma soprattutto: vi siete mai chiesti cosa sia il bello per noi?
Non il “bello” che vi abbiamo lasciato credere per compiacervi.
Non quello che ci viene inculcato fin dall’adolescenza, tra riviste, pubblicità, fiction e pornografia.
Ma il nostro bello.
Quello che guarda, che sceglie, che desidera.
E se lo avete fatto, se per un momento vi siete chiesti come ci vediamo noi davvero, avete avuto il coraggio di rispondere?
O avete preferito voltare lo sguardo, continuando a vivere nel vostro corpo neutro, invulnerabile, libero da ogni occhiata inquisitoria?
Il corpo maschile, oggi, è l’ultima roccaforte del non-giudizio.
È il privilegio che si ignora da solo.
È la statua che guarda le altre statue dall’alto, senza mai interrogarsi sul proprio piedistallo.
Ma l’arte, la vera arte, non ha mai idolatrato il corpo senza prima decostruirlo.
Non c’è bellezza che non passi per la crisi.
Non c’è statua che non sia, in fondo, una forma di interrogazione.
Il corpo maschile che si crede immune al giudizio non è affascinante, è codardo.
È una forma di potere che si traveste da neutralità.
E allora oggi, provocatoriamente, vi invitiamo a mettervi a nudo.
Non nei selfie da palestra.
Non nelle esibizioni da copertina.
Ma nella coscienza culturale.
Esporre il corpo maschile al giudizio critico non significa attaccarlo, ma liberarlo.
Liberarlo dall’invisibilità, dalla pretesa di essere misura di tutte le cose.
“In una società in cui il corpo femminile è costantemente regolato, censurato, controllato,” scriveva ancora Murgia, “non c’è niente di più rivoluzionario di una donna che smette di chiedere il permesso.”
Forse è giunto il momento che anche gli uomini, almeno una volta, smettano di essere i custodi del permesso.
Il bello non è un dogma.
È una domanda.
E voi, uomini, avete mai avuto il coraggio di rispondere?

…ma vai da Conad…!