Kafka e noi: vivere tra il Castello che non esiste e la Metamorfosi che ci cambia

Settembre 16, 2025
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Tra sogni infranti e trasformazioni interiori, Kafka ci racconta ciò che tutti viviamo: la ricerca di senso dopo una perdita

Ci sono scrittori che segnano non solo la storia della letteratura ma, se sappiamo leggerli bene tra le righe, hanno la capacità di cambiare le nostre vite.

Senz’altro è il caso di Franz Kafka.

Tutte le sue opere sono un viaggio allucinato e allegorico in un mondo grottesco, come grottesca è a tratti la nostra esistenza, segnata spesso da rifiuti, dolori, rimpianti e “luoghi non-luoghi inaccessibili”.

Ci sono due libri che, a parer mio, hanno la potenza di raccontare tutto questo.
Uno è Il Castello, forse uno dei romanzi più enigmatici della storia della letteratura, nonostante un’apparente semplicità e grigiore degli eventi narrati; l’altro è La Metamorfosi, il racconto che ha reso Kafka celebre in tutto il mondo.

Sono entrambe storie che raccontano l’alienazione dell’essere umano: un protagonista, il signor K., che non riesce in nessun modo ad accedere al Castello, luogo reale ma al tempo stesso immaginifico del potere (una sorta di miraggio, di obiettivo, di ossessione che devasta l’io); e l’altro, Gregor Samsa, che un giorno si sveglia non più come essere umano ma come insetto e paga la sua trasformazione con la perdita degli affetti più cari, fino al tragico epilogo.

Al di là delle apparenze surreali e grottesche, cosa raccontano queste storie se non l’alienazione dell’uomo contemporaneo?
Seguendo le riflessioni di Nietzsche sulla crisi dei valori e sul senso di smarrimento che colpisce l’individuo quando i punti di riferimento tradizionali vacillano, Kafka porta il discorso alle estreme conseguenze, mostrando cosa accade quando l’uomo si trova solo di fronte a un mondo privo di certezze e impotente di fronte alle proprie aspirazioni frustrate.
E decenni dopo, nel nostro mondo di oggi, sembra che tutto ciò sia giunto al parossismo.

L’alienazione dell’essere umano emerge in ogni ambito: professionale, sociale e relazionale.
Vuoi avere successo nella vita?
Vuoi migliorare nel lavoro? Vuoi una relazione stabile e duratura?
Allora devi abbracciare le regole del capitale, affrontare prove continue e ottenere risultati a tutti i costi.

Obiettivi professionali, crescita emotiva, ricerca della “migliore versione di sé”: come se quello che sei alla base fosse intrinsecamente inadatto, imperfetto.
Mostruoso come un insetto, in un certo senso.

Secondo il parere di chi scrive, tutto in Kafka diventa pura allegoria: non esiste infatti nessun Castello, perché la burocrazia e l’incapacità di comunicare con i propri simili non ti permettono mai di raggiungere pienamente i tuoi obiettivi, professionali o sentimentali.
Allo stesso tempo, il dolore provato per la perdita e per l’inaccessibilità (inesistenza) del Castello tanto ricercato porta a una metamorfosi interiore che ci trasforma in qualcosa di basso e viscido, proprio come un insetto.

Questa mia riflessione sulla caduta dell’uomo moderno nei meandri di una solitudine grottesca mi fa venire in mente due film: La Mosca di David Cronenberg, con la dolorosa frase del protagonista “Ero un insetto che ha sognato di essere un uomo, ma ora il sogno è finito e l’insetto è sveglio”; e Guilty of Romance di Sion Sono, un noir morboso che si basa su continui richiami al Castello kafkiano, dimensione dell’identità che forse nessuno di noi è in grado di raggiungere.

Come concludere questo articolo se non invitandovi a leggere Kafka o, in un qualche modo, a dare alle opere che leggete una vostra personale interpretazione?
Questo è il compito dell’arte: stimolare il nostro cervello e fare da specchio, il più delle volte per mettere in luce il nostro lato oscuro, grottesco, alienato.
Imperfetto.
Umano, troppo umano.

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