Il passeggero della psiche: la (doppia) firma finale di Cormac McCarthy

Novembre 7, 2025
Cormac McCarthy

Queste ultime opere non raccontano una storia: la vivisezionano. McCarthy ci accompagna sul ciglio di un’America grottesca, dove le strutture narrative collassano e resta solo la follia come bussola per orientarsi nell’iperrealtà

Ci sono autori che si fanno notare, altri che scrivono opere destinate a rimanere incastonate nella storia della letteratura, e poi esistono quegli scrittori nati per ferirci. Ferirci dentro. Scavare cicatrici che diventano trincee, spazi interiori dove l’anima cerca riparo da un mondo popolato da belve feroci, santoni guaritori e individui geniali ma divorati dalle loro stesse allucinazioni. Uno di questi è Cormac McCarthy.

Parlare di McCarthy è, al tempo stesso, semplice e difficilissimo. Semplice perché la sua importanza è evidente: ha segnato gli ultimi cinquant’anni della letteratura americana e mondiale. Difficile perché la sua voce è un prisma scuro, inafferrabile. Dopo successi monumentali come Meridiano di sangue, Il buio fuori, Non è un paese per vecchi e La strada — opere in cui la frontiera è il confine sottile tra ragione e follia omicida — McCarthy, ormai ultranovantenne, ha deciso di lasciarci il suo ultimo dono: il testamento letterario perfetto.

Il dittico Il passeggero e Stella Maris, usciti a pochi mesi di distanza, rappresenta un punto di non ritorno. Una sintesi estrema di ciò che può essere la narrativa oggi, in una società iper-funzionale proprio perché ossessivamente funzionale. Due romanzi (o forse antiromanzi) destrutturati, surreali, grotteschi, postmoderni, figli della stessa linfa che scorre in autori come DeLillo.

Di cosa parlano? Di tutto e di niente: del vuoto e dell’America, di un amore impossibile (e malato), della follia come forma elevata dell’intelletto, per dirla alla Poe. Due libri che non appartengono a un genere, ma alla voce dell’autore stesso.

Nel Il passeggero, Bobby — un sommozzatore — indaga sul relitto di un velivolo precipitato nel Mississippi. Tutti i passeggeri sono morti, tranne uno, misteriosamente svanito. Quella ricerca lo porterà a vagare per l’America, incontrando personaggi ai confini del grottesco, mentre il ricordo della sorella Alicia — innamorata di lui — e l’ombra di figure governative inquietanti lo inchiodano a un’eredità insostenibile. Qui McCarthy incide, con chirurgica precisione, nelle carni degli Stati Uniti.

Ma è con Stella Maris che l’autore trova il suo timbro definitivo: un canto orale della società contemporanea. Alicia è ricoverata in un ospedale psichiatrico, tormentata da allucinazioni popolate da personaggi che vivono nelle stanze della mente. Il romanzo (interamente dialogico) è un viaggio verticale nella psiche di una donna malata, sì, ma geniale, con un quoziente intellettivo vertiginoso. Se Il passeggero era la discesa nel mondo esterno, Stella Maris è un’immersione nel cosmo interiore.

Il cerchio si chiude, richiamando i fratelli de Il buio fuori, in una conclusione perfetta proprio perché priva di un filo narrativo tradizionale.

Questo dittico è, a tutti gli effetti, il testamento spirituale e intellettuale di un gigante. Un resoconto postumo, rivolto a un mondo decostruito che McCarthy ha provato, con la stessa furia di un profeta, a decostruire, ricostruire o semplicemente distruggere. Come se un’apocalisse indistinta si fosse già abbattuta su di noi, e un padre continuasse a proteggere il figlio dai lupi famelici che si aggirano tra i boschi di una civiltà iper-evoluta e iper-cinica, ossessionata dall’iper-performance.

Cormac McCarthy non racconta la fine del mondo. Racconta il mondo dopo la fine.

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