Quando, negli anni Sessanta, si iniziò a parlare della nascita di un’università in Calabria, il clima politico e culturale del Paese era attraversato da tensioni, ritardi, diffidenze e, soprattutto, da un enorme divario Nord–Sud che sembrava impossibile da colmare. La proposta di istituire l’Università della Calabria non era soltanto un atto legislativo: era una dichiarazione d’intenti, un’idea di futuro e di emancipazione sociale per una terra che, troppo spesso, era stata raccontata più per le sue fragilità che per le sue potenzialità.
La legge venne approvata dal governo dopo quattro anni e mezzo di dibattiti, modifiche e resistenze. A sostenerla con decisione c’era l’onorevole Codignola, che definì il provvedimento “un passo decisivo per il Mezzogiorno”, sottolineando come il modello immaginato fosse rivoluzionario: un’università capace di sottrarre i giovani alla gabbia della burocrazia e indirizzarli invece verso scienza, tecnica e industria. Non una semplice istituzione accademica, ma un motore di trasformazione.
Eppure, la domanda che attraversava l’opinione pubblica era semplice e spiazzante: perché in Calabria non è stata ancora fatta? Perché un progetto così lungimirante aveva incontrato tante resistenze? Le pastoie burocratiche c’erano, certo, ma non erano l’unica spiegazione. C’era il timore politico che l’iniziativa potesse rafforzare e dare slancio proprio a quelle forze — in primis i socialisti — che avevano creduto sin dall’inizio nell’importanza strategica dell’ateneo.
E mentre il Paese discuteva, scorrevano immagini di una Calabria che, nel frattempo, vedeva i suoi giovani partire. Studenti pendolari che inseguivano un titolo di studio lontano da casa, spesso per ritrovarsi, una volta laureati, di fronte all’amaro destino della disoccupazione o dell’emigrazione definitiva. Una generazione costretta a costruire il proprio futuro altrove.
L’approvazione della legge, dunque, arrivò non solo come un atto politico, ma come una risposta a una necessità sociale non più rimandabile. La nascita dell’Unical — che negli anni successivi avrebbe preso forma concreta nella sua originale struttura a campus — rappresentò un punto di svolta. Un atto di giustizia territoriale, ma anche di modernità: un luogo in cui la cultura diventava strumento di riscatto, in cui la formazione assumeva il ruolo di leva per lo sviluppo industriale e amministrativo della regione.
L’Università della Calabria non risolse da sola tutti i problemi del Mezzogiorno, ma aprì una porta che fino ad allora era rimasta chiusa. E quei giovani che un tempo partivano senza ritorno, finalmente, poterono iniziare a immaginare un futuro anche nella propria terra.
Era un’altra Calabria. Eravamo un altro Paese.
Ma quel passaggio legislativo segnò un prima e un dopo.
Come eravamo? Una regione che chiedeva istruzione.
Come siamo diventati? Una regione che, grazie all’Unical, ha iniziato a costruire il proprio futuro.
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