COME ERAVAMO | La menzogna chiamata destino

Dicembre 7, 2025

Per decenni l’Italia ha raccontato l’emigrazione come una necessità inevitabile, quasi un prezzo da pagare alla modernità. Si parlava di “destino”, come se lasciare la propria terra fosse un atto naturale, inscritto nel cammino delle cose.
Eppure, dietro quella parola rassicurante, si nascondeva una verità più cupa: una menzogna costruita per tenere insieme un Paese che non riusciva a dare lavoro ai suoi figli.

Tra Mattmark e Marcinelle, tra miniere e dighe, la storia è stata scritta con il sudore e spesso con il sangue. Centinaia di calabresi, costretti a spingersi oltre confine, hanno trovato la morte nelle viscere della terra o sotto valanghe di ghiaccio, inseguendo un’esistenza che prometteva poco e chiedeva tutto. Non fu destino. Fu necessità, fu costrizione, fu povertà.

In novant’anni, quasi due milioni di calabresi hanno lasciato la loro regione: uomini giovani, donne, famiglie intere. Un esodo continuato senza tregua, tanto che negli ultimi sei anni la diaspora si è trasformata in fuga: oltre 200 mila persone hanno abbandonato la Calabria, 33 mila l’anno, con un picco impressionante di 46 mila partenze nei primi otto mesi dell’ultimo anno registrato.
Una regione svuotata, consegnata a un equilibrio fragile, dove chi resta convive con l’eco di chi se n’è andato.

Gli emigrati portavano con sé speranza e disperazione. Lavoravano nelle miniere belghe respirando silice fino a bruciare i polmoni; combattevano il gelo svizzero nelle dighe alpine; affrontavano cantieri e industrie che non ammettevano debolezze. Il ritorno, quando c’era, era segnato da malattie che raccontavano più di mille parole: silicosi, artrosi, tubercolosi, nevrosi. I mali tipici di chi non ha mai avuto scelta.

La Calabria pagava così il prezzo di una modernizzazione sbilenca: esportava braccia e importava rimesse, celebrava partenze ma non si interrogava sulle ferite che lasciavano. Ogni valigia caricata su un treno o su una nave era un pezzo di futuro che se ne andava.

Oggi, mentre l’emigrazione continua a crescere sotto forme nuove, la domanda resta: possiamo ancora chiamarlo destino?
La storia suggerisce di no. Perché il destino non uccide sotto una montagna di ghiaccio. Non imprigiona nei cunicoli di una miniera. Non costringe a partire per sopravvivere.

Il destino è un’altra cosa.
Quello che per troppo tempo abbiamo chiamato destino, invece, era una menzogna. Una menzogna utile, comoda, ripetuta. E proprio per questo difficile da smascherare.

Ricordare oggi Mattmark, Marcinelle e tutte le vite spezzate significa rompere quel velo. Significa dare dignità a chi ha pagato sulla propria pelle la verità che nessuno voleva dire: che l’emigrazione non era scelta, ma sacrificio. Non era futuro, ma necessità.

Significa, soprattutto, guardare al presente sapendo che la storia non è soltanto ciò che è stato, ma ciò che può ancora accadere se continuiamo a chiamare “destino” ciò che destino non è.

 

 


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