Un pugno alla politica: violenza isolata o la necessità di un nuovo ascolto politico?

Gennaio 10, 2026

La ferita di una comunità: tra solidarietà e il dovere di interrogarsi

Pubblichiamo per esteso una nota a firma della consigliera comunale di Castrolibero, Anna Morrone, giunta in redazione.

“Il pugno che ha colpito l’ex Sindaco di Castrolibero Orlandino Greco, in un pomeriggio che avrebbe dovuto essere dedicato alla serenità e al gioco dei più piccoli, rappresenta una ferita che non riguarda solo una persona, ma l’intera comunità.
Davanti a un uomo aggredito pubblicamente, la prima reazione non può che essere una solidarietà sincera, umana, priva di ambiguità.

Nessuna divergenza politica, nessuna delusione amministrativa, nessuna critica – per quanto dura – può mai legittimare il ricorso alla violenza fisica o verbale. La violenza è sempre una sconfitta collettiva, il segno che il dialogo si è spezzato e che la parola ha perso forza.

Proprio per rispetto verso chi ha subito l’aggressione, però, la politica non può fermarsi allo sdegno rituale. Limitarsi alla condanna morale significherebbe tradire il senso più profondo della responsabilità pubblica.

Quel gesto, così come il clima di aggressività che spesso emerge sui social, quell’aggressività verbale che non riguarda solo Castrolibero, ma la società attuale, non nasce dal nulla: è il sintomo estremo di un’insoddisfazione profonda, di promesse sedimentate nel tempo e diventate polvere, di un senso di abbandono che molti cittadini percepiscono come strutturale.

Viviamo in un’epoca in cui la deresponsabilizzazione è diventata la scorciatoia più comoda.
È facile dire “non è colpa mia”, più difficile riconoscere che quando il tessuto sociale si sfilaccia fino a questo punto nessuno è colpevole singolarmente, ma tutti sono responsabili.

Quando la frammentazione sociale prevale sul bene collettivo, il patto di fiducia tra elettore ed eletto si incrina, lasciando spazio a una rabbia muta, incapace di tradursi in proposta e destinata, nei casi peggiori, a esplodere.

Un nodo centrale di questa riflessione riguarda il linguaggio e il modo in cui la politica si racconta. La comunicazione istituzionale è incorsa frequentemente nella deformazione del reale, oscillando tra la promessa di traguardi utopistici e l’omissione di criticità oggettive.

Tale scollamento rende sempre più difficile decifrare la verità. La discrepanza tra la narrativa del potere e l’esperienza dei cittadini produce un senso di alienazione che, in assenza di risposte, si trasforma in risentimento sociale.

Dire la verità – anche quando è scomoda, anche quando implica ammettere un limite o un fallimento – è il primo vero antidoto alla violenza. Una politica che accetta di mostrarsi umana, imperfetta, ma autentica, riduce il senso di inganno percepito dai cittadini.
Al contrario, trasformare un’aggressione in una leva per costruire narrazioni di “martirio” politico rischia di amplificare la distanza emotiva e di esasperare ulteriormente gli animi.

La via d’uscita non è lo scontro permanente, né la sola risposta repressiva.
È la ricostruzione di una comunità educante.

Un compito che non riguarda esclusivamente le forze dell’ordine, ma coinvolge scuole, famiglie, parrocchie, associazioni e istituzioni. Essere comunità educante significa raccogliere i cocci di un vaso rotto prima che qualcuno si ferisca ancora.

Significa creare spazi di ascolto, prevenire il disagio, restituire alla politica la sua funzione originaria di servizio.
Solo così questo episodio potrà trasformarsi da ferita aperta in occasione di responsabilità condivisa e di ricostruzione del bene comune”.

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