Isabel, il grido spezzato a 16 anni: il racconto della sorella accusa ritardi e silenzi

Settembre 29, 2025

Ida denuncia sui social le ultime ore concitate: “Mia sorella non è morta per destino, ma per mancanze che potevano essere evitate”

ROMA – La tragedia di Isabel Desiré Porco, la ragazza di appena 16 anni stroncata nei giorni scorsi da una devastante emorragia cerebrale, scuote le coscienze e alimenta un dolore che si mescola a rabbia e domande senza risposta.

A rompere il silenzio è la sorella Ida, che in un post social ha ripercorso le ultime ore di Isabel, denunciando presunti ritardi e superficialità nei soccorsi.

La telefonata e la corsa contro il tempo

Era il 18 settembre, alle 11:52, quando Isabel chiamò Ida da scuola. Si sentiva male: il braccio e la gamba destri paralizzati, la voce segnata dalla paura. Ida accorse immediatamente, trovando la sorella in condizioni critiche, incapace di reagire se non stimolata.

Un’ambulanza arrivò poco dopo, ma senza medico né infermiere a bordo. Durante il tragitto verso l’ospedale, Isabel vomitò più volte. Ida le teneva la testa, impotente, mentre i soccorritori minimizzavano: “Tranquilla, è solo un attacco di panico”.

Il pronto soccorso e i minuti che pesano come ore

Al pronto soccorso, la ragazza entrò con codice giallo. Ma tra documenti, attese e diagnosi incerte, il tempo si dilatava. In pediatria fu ipotizzata una crisi epilettica: Isabel si dimenava sulla barella, chiedendo aiuto, mentre – secondo il racconto – i medici esitavano.

Quando finalmente si passò agli accertamenti, arrivò la verità: la TAC rivelò una emorragia cerebrale massiva, causata da una malformazione artero-venosa congenita (MAV) mai diagnosticata prima.

Il drenaggio e il silenzio della pressione intracranica

In sala operatoria i medici incisero il cranio per inserire un drenaggio, nel tentativo di abbassare la pressione intracranica. Ma per tre giorni quella pressione non calò mai. Isabel, scrive la sorella, avrebbe continuato a soffrire senza sollievo.

La famiglia chiese da subito il trasferimento in una struttura specializzata. La risposta fu netta: “Non è trasportabile”. Ma quando ormai era troppo tardi, Isabel fu portata altrove.

Il dolore che diventa denuncia

Perché non avete accettato il vostro fallimento? Perché ho perso mia sorella a 16 anni?” scrive Ida, col cuore spezzato. Una domanda che diventa accusa a un sistema sanitario che, a suo avviso, non ha saputo né prevenire né reagire.

“Mia sorella non avrà mai i suoi diciotto anni – aggiunge – sarò io a scegliere il vestito che avrebbe dovuto indossare”.

Una famiglia intera oggi piange Isabel: i genitori una figlia, Ida e suo fratello una sorella, gli zii una nipote. “E voi, medici, cosa avete perso?”, domanda amaramente Ida.

La sua voce non è solo un grido di dolore, ma una richiesta di verità e giustizia: perché la morte di Isabel non resti solo una tragica fatalità, ma serva a non ripetere gli stessi errori.

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