Un contenzioso per pochi spicci si trasforma in tragedia. A processo l’amico che lo colpì a morte dopo una lite per la spartizione della refurtiva
COSENZA – Una notte di febbraio, il silenzio squarciato dal rumore di passi e dal bagliore di un coltello. Quando i carabinieri arrivarono, richiamati da una segnalazione alla Centrale operativa, trovarono un giovane riverso in una pozza di sangue, tra la centralissima Via Nazionale e Via Giosuè Carducci, allo Scalo coriglianese di Corigliano-Rossano. Era ancora vivo, ma il suo respiro si stava già spegnendo.
Si chiamava Mohamed Sibaa, 22 anni, originario del Marocco. Era stato brutalmente accoltellato all’addome, una ferita profonda che non gli avrebbe lasciato scampo. I militari del Reparto territoriale, diretti dal tenente colonnello Marco Filippi, allertarono immediatamente i soccorsi: il giovane fu trasportato d’urgenza all’ospedale “Nicola Giannettasio”, dove i medici tentarono un intervento disperato. Ma il destino era già scritto. La lama aveva reciso l’arteria renale destra: Mohamed morì sotto i ferri, vittima di un’emorragia inarrestabile.
Le indagini della Benemerita furono rapide e meticolose. In appena 72 ore, i carabinieri identificarono e catturarono il presunto assassino: Ahmed Yassine, 30 anni, connazionale della vittima, senza fissa dimora e immigrato irregolare, già colpito da un decreto di espulsione. Quando vide gli uomini in divisa, tentò la fuga per le vie di Cosenza, ma fu raggiunto e arrestato dopo un inseguimento concitato. Stava preparando la fuga oltreconfine, deciso a scomparire dopo il delitto.
Un omicidio nato tra disperati, consumato per un bottino da nulla. Vittima e carnefice avevano commesso insieme un piccolo furto, ma la lite per la spartizione della refurtiva si trasformò in tragedia.
Ora Yassine è detenuto nel carcere di Vibo Valentia. Pochi giorni fa si è aperto, davanti alla Corte d’Assise di Cosenza, il processo che lo vede imputato con l’accusa più grave: omicidio volontario premeditato.
Secondo la ricostruzione del pubblico ministero Raffaela Di Carluccio D’Aniello, l’uomo avrebbe atteso Mohamed sotto casa, coltello alla mano, per regolare i conti dopo la lite avvenuta poco prima. Un gesto di rabbia trasformato in condanna eterna.
Il prossimo 24 novembre, in aula, saranno ascoltati i carabinieri che hanno condotto le indagini. Sarà un momento chiave per ricostruire, attimo per attimo, quella notte di sangue che ha lasciato un segno indelebile nel cuore della città.
